Dibattito sull'occupazione - Il lato positivo

Il dibattito sul problema dell'occupazione si è finalmente avviato con proposte più o meno fantasiose, più o meno fattibili. Sembra comunque che tutte le voci autorevoli intervenute in questo dibattito siano d'accordo sulla necessità di aumentare il numero dei posti di lavoro.Vorrei proporre una diversa veduta sul "problema".

Se la mancanza dei posti di lavoro fosse un indicatore positivo? Se la nostra società si fosse finalmente avviata a diventare una civilizzazione di individui responsabili piuttosto che di schiavi-lavoratori?

Sento già le grida di protesta. Ma aspettate un momento! Io credo che in questo dibattito ci stia sfuggendo un importante particolare: Una società come la nostra con un forte sviluppo tecnologico è naturalmente destinata a perdere sempre più posti di lavoro.

Il computer ci aiuta a fare tantissimi lavori con meno fatica così che il lavoro fatto venti o trent'anni fa da cinque persone oggi può essere benissimo sbrigato da un solo operatore. L'introduzione di procedimenti automatizzati nelle fabbriche ed in altri luoghi di produzione consente un notevole risparmio di personale. Insomma, una sola persona oggi, con l'aiuto della tecnologia, spesso riesce a produrre tanto quanto dieci o venti persone non riuscivano a fare solo mezzo secolo fa!

Non è quindi assolutamente anormale che ci sia il problema dei mancanti posti di lavoro. Anzi, dovremmo congratularci per il progresso ottenuto fin qui. Bisogna quindi ridefinire il problema.

Sembra infatti che la cosa più gravemente fuori luogo non sia il graduale diminuire dei posti di lavoro disponibili ma la palese incapacità della nostra società di gestire questo cambiamento.

Che bisognerebbe allora fare, per uscire dalla situazione di stallo che si sta creando in tutti i
paesi civilizzati? Ci sono alcuni punti importanti:

  1. Continuare sulla strada del progresso tecnologico, abbassando con tutti i mezzi disponibili gli interessi sul denaro ed il costo dell'energia.

  2. Impiegare in modo creativo il potenziale umano liberato dal giogo del lavoro.

  3. Ideare un nuovo modo di organizzazione sociale in grado di sostenere quanti oggi si sentono abbandonati dalla societÓ.

Il progresso tecnologico non manca, ma deve essere diretto verso un rispetto vero dell'ambiente e degli esseri umani. Esiste per esempio la tecnologia dell'auto ad acqua poiché l'idrogeno è un carburante ben più potente degli idrocarburi. Perché non è ancora in commercio?

Sappiamo tutti degli enormi interessi economici che sono legati all'uso del petrolio. Ma quando si tratta della sopravvivenza di tutti noi, non dovremmo dare preferenza agli interessi della comunità?

Gli interessi sul denaro
sono un altro tema scottante ma poco compreso dalla maggior parte di noi. Sono una della più pesanti spese nel bilancio pubblico. Sì, è vero che molti di noi percepiscono interessi attraverso BOT ed altre forme di risparmio, ma non è altrettanto vero che lo stato siamo noi e che tutto quello che esce dalle casse dello stato,anche quello che esce per pagare gli interessi sul debito pubblico, lo dobbiamo finanziare attraverso l'IVA, l'IRPEF, l'IRPEG e le mille altre tasse escogitate nel vano tentativo di rattoppare il buco nero della spesa pubblica?

L'energia
, essendo carburante per tutto l'apparato produttivo può e deve costare di meno. Con un progresso tecnologico mirato come per esempio l'utilizzo dell'idrogeno o di altri nuovi principi della fisica che stanno emergendo in questi anni, sarebbe possibile superare la nostra dipendenza dagli idrocarburi inquinanti e dalla alquanto pericolosa energia nucleare e passare ad una economia più in sintonia con la natura e più stabile, poiché il prezzo dell'energia non sarebbe più un fattore di costo così rilevante come lo è adesso.

Certamente scenderebbe anche lo stesso costo della vita con gli interessi più bassi e con il costo dell'energia a livelli più accettabili.

Un pizzico di creatività
sarà necessario per escogitare, durante questo dibattito, dei modi sensati per l'uso del tempo libero, del quale avremo sempre più disponibilità. E non parlo qui di riempire questo tempo con stupidi giochi o magari con un ricorso ancora più spinto alla tivù.

Creativo significa creare, significa studiare e capire, significa arte, teatro, impegno della persona, invenzione di nuove ed eccitanti modi di fare le cose, significa anche partecipare al processo politico. Ci sono mille sbocchi per la creatività individuale e dovranno essere agevolate ed aiutate, per impegnare il nostro potenziale e, non cosa da poco, per trovare un modo di vita sociale soddisfacente per tutti.

Con organizzazione sociale
non intendo dire assistenzialismo. L'assistenzialismo di stato è fallito. Clamorosamente. Guardiamoci intorno. E' terra bruciata. Ognuno per se stesso. Se uno di noi in qualche modo arriva alla pensione, si sente salvato. Ma molti dei giovani di oggi non ci arriveranno mai se non cambierà radicalmente la situazione. E quelli che hanno ottenuto la tanto sperata pensione se la vedranno ridotta man mano che vengono a meno i posti di lavoro a sostegno di una sempre più schiacciante maggioranza di pensionati e senza-lavoro. Che fare?

Come già detto, è fallito l'assistenzialismo di stato. Propongo di tornare all'assistenzialismo di gruppo, formando dei gruppi simili alle antiche tribù come unità sociale principale.

Lo stato centralizzato in tutto il suo strapotere non è un valido partner per l'assistenza dell'individuo. Lo stato è troppo grande e troppo potente per poter gestire direttamente, come oggi avviene nel campo sanitario ed in quello previdenziale/pensionistico, l'assistenza al singolo individuo. Ed oltre a troppo potente è anche lontano ed impersonale.

La mia proposta allora è quella di rivedere a fondo la nostra organizzazione assistenziale, portandola dal livello dello stato al livello della "tribù", una unità di venti; trenta, massimo un centinaio di persone, per intenderci.

Potrebbe essere la "tribù" il soggetto che paga le tasse e che ha a che fare con le autorità. Sarebbe la "tribù" a gestire il sistema assistenziale al suo interno, magari con l'aiuto dello stato, dato attraverso regione, provincia e comune ma sicuramente a costi per le casse dello stato molto ridotti rispetto a quelli attuali.

Non solo si ridurrebbero così i costi dell'assistenza sociale ma verrebbe a meno la necessità di mantenere in piedi una costosa e alquanto inefficiente burocrazia centralizzata.

All'interno di una unità "tribale", l'individuo può trovare ascolto, l'anziano può svolgere una funzione utile e può essere aiutato dai giovani. La persona senza lavoro può trovare di che vivere mentre studia. Sarebbe una specie di famiglia all'interno della quale uno conosce l'altro ed uno aiuta l'altro.

Come principio organizzativo, uno stato centrale, diviso in regioni, dovrebbe soprattutto essere in contatto con la regione.

Così le regioni, divise a loro volta in province e città sarebbero maggiormente in contatto con queste ultime.

I comuni farebbero capo alle città o alle province. E così, arrivati finalmente al livello della "tribù", questa sarebbe in contatto soprattutto con il suo comune.

Solo in questo modo si riuscirà a superare l'impersonalità dello stato verso il pensionato, l'assistito, il malato, che oggi non è che un granello di sabbia in una marea mossa da poteri per lui incomprensibilmente lontani.

Forse può apparire troppo radicale questo concetto, forse vuole troppi cambiamenti fondamentali la mia proposta. Ma bisogna pure tener conto della situazione. Non mi sembra che con la semplice creazione di posti di lavoro possiamo uscire dalla presente situazione, perché le cause dei nostri problemi sono strutturali, non congiunturali. Allora la soluzione deve essere lo stesso strutturale, non semplicemente una spinta alla congiuntura.

Josef Hasslberger
Roma,
14 marzo 1993